In Giappone basta osservare una stazione, un hotel o l’ingresso di un negozio per incontrare un gesto familiare: l’inchino.
In giapponese viene chiamato ojigi (お辞儀) e rappresenta molto più di un semplice saluto. Può esprimere rispetto, gratitudine, scuse oppure accompagnare un incontro e un commiato.
Tuttavia, non tutti gli inchini hanno lo stesso significato. La profondità, la durata e soprattutto la situazione possono cambiare completamente il messaggio.
Per un visitatore può sembrare un sistema complicato. In realtà, nella vita quotidiana tutto avviene spesso in modo molto più naturale.
UN GESTO CHE RACCONTA LA CULTURA GIAPPONESE
L’inchino occupa da secoli un posto importante nell’etichetta giapponese.
Nel corso della storia, abbassare il proprio corpo davanti a un’altra persona è diventato un modo per dimostrare rispetto. Con il tempo il gesto è entrato nelle regole sociali e nelle diverse forme dell’etichetta.
Oggi l’ojigi compare in moltissime situazioni.
Si usa per salutare qualcuno, ringraziare, chiedere scusa oppure mostrare rispetto. È molto comune anche nel mondo del lavoro e nel rapporto tra personale e clienti.
Chi visita il Giappone lo noterà immediatamente. Nei grandi magazzini, negli hotel e in numerosi altri servizi, il personale accompagna spesso il saluto con un inchino.
In alcuni casi l’abitudine è talmente radicata che una persona può persino inchinarsi mentre parla al telefono, nonostante l’interlocutore non possa vederla.
NON ESISTE UN SOLO TIPO DI INCHINO
Uno degli aspetti più interessanti dell’ojigi riguarda la sua profondità.
Tradizionalmente vengono indicati tre tipi principali di inchino: eshaku, keirei e saikeirei.
Non bisogna però immaginare che ogni giapponese misuri realmente l’angolazione del proprio corpo durante la giornata. I gradi servono soprattutto a spiegare le differenze tra le varie forme.
Nella vita reale contano il contesto, il rapporto tra le persone e il livello di rispetto che si vuole comunicare.
ESHAKU: IL PICCOLO INCHINO QUOTIDIANO
L’eshaku (会釈) è il più leggero dei tre.
L’inclinazione del busto è indicativamente di circa 15 gradi. Si utilizza soprattutto per saluti semplici e nelle situazioni quotidiane.
Può essere rivolto, per esempio, a una persona conosciuta che si incontra lungo un corridoio oppure a qualcuno con cui si ha un rapporto relativamente informale.
A volte il movimento è talmente breve da trasformarsi quasi in un semplice cenno del capo.
Per uno straniero in viaggio in Giappone è probabilmente la forma che verrà più spontaneo imitare.
KEIREI: QUANDO IL SALUTO DIVENTA PIÙ FORMALE
Il keirei (敬礼) rappresenta un livello superiore di formalità.
In questo caso l’inclinazione arriva indicativamente a 30 gradi.
È comune negli ambienti professionali e quando ci si rivolge a una persona alla quale si vuole mostrare particolare rispetto. Può quindi comparire nei rapporti con clienti, superiori o persone incontrate in un contesto formale.
Rispetto all’eshaku, il movimento appare immediatamente più marcato.
Non si tratta soltanto di abbassarsi maggiormente. Anche la postura e il modo di eseguire il gesto contribuiscono a trasmettere attenzione verso l’altra persona.
SAIKEIREI: L’INCHINO PIÙ PROFONDO
Il saikeirei (最敬礼) è la forma più profonda tra le tre principali.
Il busto viene inclinato indicativamente a 45 gradi e il gesto comunica un livello molto elevato di rispetto.
Può essere utilizzato per esprimere profonda gratitudine oppure in occasione di scuse particolarmente importanti.
Proprio per questo motivo non appartiene al normale saluto quotidiano.
Vedere qualcuno eseguire un inchino molto profondo e prolungato può quindi indicare che la situazione ha un’importanza decisamente maggiore rispetto a un normale incontro.
L’INCHINO NON SERVE SOLTANTO PER SALUTARE
Uno degli errori più comuni è considerare l’ojigi come l’equivalente giapponese della nostra stretta di mano.
In realtà il suo utilizzo è molto più ampio.
Un giapponese può inchinarsi quando incontra qualcuno, quando lo saluta prima di andarsene, quando riceve qualcosa, quando ringrazia oppure quando si scusa.
Inoltre, uno stesso gesto può assumere sfumature differenti in base alla situazione.
La durata può avere importanza. Anche la profondità cambia. Un rapido cenno utilizzato tra conoscenti trasmette qualcosa di molto diverso rispetto a un lungo inchino durante delle scuse formali.
Per questo motivo il contesto rimane fondamentale.
QUANDO LE SCUSE DIVENTANO PIÙ PROFONDE
L’ojigi assume un ruolo particolarmente evidente nelle scuse.
Per una piccola inconvenienza può bastare un leggero movimento del capo. Davanti a un errore più serio, invece, l’inchino tende a diventare più profondo e può durare più a lungo.
Questa caratteristica appare spesso anche nelle scuse pubbliche.
Dirigenti aziendali, rappresentanti di organizzazioni o altre figure pubbliche possono presentarsi davanti alle telecamere e accompagnare le proprie parole con un profondo inchino.
In questi casi il linguaggio del corpo rafforza il messaggio espresso verbalmente.
L’OJIGI NEI NEGOZI E NEGLI HOTEL
Per un turista, uno dei luoghi nei quali l’inchino diventa più evidente è il settore dei servizi.
Entrando in un negozio si può essere accolti dal classico irasshaimase, spesso accompagnato da un inchino. Lo stesso può accadere alla reception di un hotel o al termine di un acquisto.
Il cliente straniero non deve necessariamente rispondere con un inchino altrettanto formale.
Un piccolo cenno del capo accompagnato da un sorriso o da un ringraziamento è normalmente sufficiente.
L’obiettivo non è imitare perfettamente il comportamento del personale, ma ricambiare la cortesia in modo naturale.
COME CI SI INCHINA CORRETTAMENTE?
Nella forma tradizionale, l’inchino coinvolge principalmente il busto.
La schiena rimane composta e il movimento parte dalla vita. Anche la posizione delle mani può cambiare in base alla situazione e alle convenzioni seguite.
Un errore frequente tra chi prova l’ojigi per la prima volta consiste nell’abbassare soltanto la testa.
Tuttavia, durante un viaggio non è necessario trasformare ogni saluto in una dimostrazione perfetta dell’etichetta giapponese.
Un gesto semplice e rispettoso funziona molto meglio di un inchino esagerato eseguito soltanto perché si pensa che sia obbligatorio.
UN TURISTA DEVE INCHINARSI IN GIAPPONE?
No, almeno non nel senso di dover conoscere tutte le regole dell’ojigi.
I giapponesi non si aspettano generalmente che un visitatore straniero padroneggi perfettamente le convenzioni dell’etichetta locale.
Tuttavia, rispondere a un inchino con un piccolo cenno può essere un gesto educato e viene naturale dopo qualche giorno trascorso nel Paese.
Non serve chiedersi ogni volta se utilizzare 15, 30 oppure 45 gradi.
Nella maggior parte delle situazioni quotidiane incontrate da un turista, un leggero inchino è più che sufficiente.
QUANDO INCHINO E STRETTA DI MANO SI INCONTRANO
Gli incontri tra giapponesi e stranieri possono creare situazioni curiose.
Una persona tende la mano mentre l’altra inizia a inchinarsi. Poi entrambi cercano di adattarsi e finiscono per fare contemporaneamente un mezzo inchino e una stretta di mano.
Non è necessariamente un errore.
Nelle situazioni internazionali le abitudini possono mescolarsi e molti giapponesi conoscono perfettamente l’uso occidentale della stretta di mano.
Anche in questo caso è meglio comportarsi con naturalezza piuttosto che preoccuparsi eccessivamente di seguire una regola.
UN PICCOLO GESTO CHE DICE MOLTO
Dopo qualche giorno in Giappone si finisce quasi per non accorgersi più degli inchini.
Sono alla reception dell’hotel, alla cassa di un negozio, durante un incontro di lavoro e persino tra persone che si incrociano velocemente.
Eppure dietro quel movimento apparentemente semplice esiste un vero linguaggio sociale.
Un piccolo eshaku può dire “buongiorno”. Un keirei può comunicare rispetto. Un saikeirei può trasformarsi in una profonda dimostrazione di gratitudine o in una seria richiesta di scuse.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più affascinanti dell’ojigi: senza pronunciare una sola parola, la profondità di un inchino può raccontare molto del rapporto tra due persone.