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Ubume: lo Spirito della Madre Morta di Parto
Mitologia Giapponese

Ubume: lo Spirito della Madre Morta di Parto

Spiriti

Cerca ancora suo figlio, compra dolci pagando con foglie secche e chiede agli sconosciuti di tenere in braccio il suo bambino.

NOME GIAPPONESE: 産女
TIPOLOGIA: Spirito materno
DOVE APPARE: Incroci, ponti, sponde dei fiumi, dintorni dei templi
SEGNO DISTINTIVO: Kimono insanguinato dalla vita in giù, un neonato in braccio
FONTI PRINCIPALI: Konjaku Monogatarishū (XII sec.), Gazu Hyakki Yagyō (1776), Kokon Hyakumonogatari Hyōban

Una donna entra ogni notte nella stessa bottega di dolci, poco prima dell’ora di chiusura, e compra una piccola porzione di mizuame, lo sciroppo di malto che un tempo veniva dato ai neonati.

Paga con una moneta. Parla pochissimo. Poi se ne va.

La scena si ripete per diverse notti, finché il bottegaio si accorge di qualcosa di impossibile: le monete ricevute dalla misteriosa cliente sono diventate foglie secche.

Decide allora di seguirla.

La donna attraversa il quartiere nel buio e raggiunge un cimitero. Qui scompare davanti a una tomba recente.

Il bottegaio, insospettito, fa aprire la sepoltura.

Dentro la bara viene trovato il corpo di una donna morta di parto. Accanto a lei, però, c’è un neonato ancora vivo, nutrito proprio con lo sciroppo acquistato notte dopo notte.

È una delle storie più celebri associate all’Ubume, lo spirito della madre morta di parto, e ne esistono varianti in numerose regioni del Giappone.

Non è tornata per vendicarsi.

È tornata perché il suo bambino aveva ancora bisogno di lei.

IL NOME DI UBUME

Il nome Ubume può essere scritto principalmente in due modi: 産女 oppure 姑獲鳥.

La prima grafia è la più trasparente:

産 (ubu) richiama il parto e la nascita;
女 (me) significa donna.

Il significato è quindi, letteralmente, quello di “donna del parto”.

La seconda grafia, 姑獲鳥, è invece più antica e curiosa. È legata alla mitologia cinese e indica una creatura assimilabile a un uccello notturno che rapisce i bambini.

Nel folklore giapponese questi due immaginari finirono progressivamente per sovrapporsi: quello della creatura soprannaturale legata ai neonati e quello della donna morta durante la maternità.

Esistono inoltre diverse denominazioni regionali, tra cui Ubametori, Kosodate-yūrei, cioè il “fantasma che cresce un bambino”, e Obo in alcune aree del Tōhoku.

CHI DIVENTA UBUME

La credenza tradizionale è piuttosto precisa.

Diventa Ubume una donna che muore:

durante il parto;
durante la gravidanza, con il bambino ancora in grembo;
poco dopo aver partorito, lasciando un neonato.

Il motivo del suo ritorno non è però il rancore.

Ed è proprio questo particolare a distinguere l’Ubume da molti altri yūrei, i fantasmi del folklore giapponese.

A differenza dell’onryō, che torna nel mondo dei vivi spinto dal risentimento e dal desiderio di vendetta, l’Ubume è trattenuta dall’attaccamento materno: il legame irrisolto con il figlio e il dolore di non poter continuare ad accudirlo.

Nel buddhismo giapponese medievale, inoltre, la morte durante il parto veniva associata a una condizione di grave impurità.

In alcune tradizioni si riteneva che la donna potesse essere condannata al Chi-no-ike jigoku, il cosiddetto “inferno del lago di sangue”.

Per liberare le defunte da questa condizione veniva recitato il Ketsubon-kyō, un testo rituale specificamente associato al sangue femminile e alla salvezza delle donne.

È una concezione religiosa difficile da leggere con la sensibilità contemporanea, ma fondamentale per comprendere la persistenza dell’Ubume nel folklore.

L’Ubume non rappresentava soltanto una madre incapace di abbandonare il proprio bambino.

Rappresentava anche una donna che, secondo il sistema religioso e rituale dell’epoca, rischiava di rimanere intrappolata tra la morte e la possibilità di essere salvata.

L’ASPETTO DELL’UBUME

L’immagine più celebre dell’Ubume è quella fissata da Toriyama Sekien nel Gazu Hyakki Yagyō del 1776.

La sua iconografia è difficilmente confondibile:

una donna vestita con un kimono;
i capelli sciolti, caratteristici delle rappresentazioni dei defunti;
il kimono insanguinato dalla vita in giù;
un neonato stretto tra le braccia;
spesso appare in piedi nell’acqua bassa, presso una riva o un guado;
può avere un aspetto emaciato, ma in alcune storie è quasi indistinguibile da una donna viva.

Il dettaglio più inquietante è il sangue.

Il kimono macchiato nella parte inferiore del corpo rende immediatamente visibile la causa della sua morte e distingue l’Ubume da molti altri spiriti femminili del folklore giapponese.

Ma non sempre chi la incontra ha il tempo di accorgersene.

A volte l’Ubume appare semplicemente come una madre sola con un bambino tra le braccia.

L’EPISODIO DEL BAMBINO DA TENERE IN BRACCIO

Tra le storie più diffuse sull’Ubume ce n’è una attestata in numerose varianti locali.

Un uomo sta attraversando un ponte durante la notte.

Una donna gli si avvicina. Tiene tra le braccia un bambino avvolto in un fagotto.

Gli chiede un favore apparentemente innocente:

tenere il bambino soltanto per un momento.

L’uomo accetta.

La donna scompare.

A quel punto accade qualcosa di impossibile.

Il bambino comincia a diventare sempre più pesante.

Il suo peso aumenta istante dopo istante, fino a trasformare quel semplice gesto di cortesia in una prova quasi insostenibile.

Da qui, le versioni della leggenda si dividono.

Nella variante punitiva, l’uomo non riesce più a sopportare il peso e lascia cadere il fagotto. Le conseguenze possono essere terribili: in alcune storie muore, in altre perde la ragione.

Quando il contenuto viene scoperto, inoltre, il bambino può essersi trasformato in una pietra, un pezzo di legno o un mucchio di foglie.

Nella variante premiante, invece, l’uomo resiste.

Stringe i denti e continua a sostenere il bambino fino all’alba.

A quel punto la donna ritorna, riprende il figlio e lo ringrazia.

Come ricompensa gli concede forza sovrumana oppure prosperità e ricchezza per la sua famiglia.

In alcune tradizioni locali, proprio un incontro con l’Ubume sarebbe all’origine della forza eccezionale attribuita a determinate famiglie di lottatori.

La leggenda diventa così una prova di resistenza, ma soprattutto di compassione:

quanto peso sei disposto a sopportare per aiutare una madre disperata?

L’UBUME E IL KETSUBON-KYŌ

La paura che una donna morta durante la gravidanza potesse trasformarsi in Ubume diede origine anche a precise contromisure rituali.

Quando una donna moriva incinta, in diverse regioni del Giappone si praticavano rituali destinati a separare simbolicamente il destino della madre da quello del bambino, affinché le loro anime potessero proseguire lungo percorsi distinti.

In altre zone si seppelliva insieme alla donna una bambola, dandole simbolicamente qualcosa di cui prendersi cura anche dopo la morte.

Particolarmente importante era il Ketsubon-kyō, conosciuto come il “Sutra del Bacile di Sangue”.

Il testo veniva recitato per liberare le donne defunte dal Chi-no-ike jigoku, il lago infernale di sangue al quale alcune concezioni religiose associavano la condizione femminile.

La diffusione del Ketsubon-kyō in Giappone è documentata dal periodo Muromachi in poi.

In alcuni casi il testo veniva persino sepolto insieme alla defunta, trasformandosi materialmente in uno strumento di salvezza da portare nella tomba.

L’UBUME E IL MIZUKO KUYŌ

L’immaginario dell’Ubume presenta interessanti punti di contatto con una pratica ancora presente nel Giappone contemporaneo: il mizuko kuyō (水子供養).

Si tratta di una forma di commemorazione rituale legata ai bambini mai nati, soprattutto in seguito ad aborti spontanei o interruzioni di gravidanza.

In numerosi templi giapponesi il rito è associato alle caratteristiche statuette di Jizō, il bodhisattva tradizionalmente legato alla protezione dei bambini e dei defunti.

L’Ubume e il mizuko kuyō appartengono a contesti storici e rituali differenti, ma condividono alcuni temi profondi:

la perdita di un figlio, il dolore della madre, il bisogno di attribuire un posto rituale alla morte e la difficoltà di separare definitivamente il mondo dei vivi da quello dei morti.

Da questo punto di vista, l’Ubume può essere letta come la rappresentazione narrativa di un dolore al quale la cultura religiosa giapponese ha cercato, nel corso dei secoli, di attribuire forme, immagini e rituali.

L’UBUME NELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA

L’Ubume non è rimasta confinata nelle raccolte di leggende del Giappone antico.

La figura ha conosciuto una significativa rinascita nella cultura contemporanea.

Uno degli esempi più importanti è Ubume no Natsu, “L’estate dell’Ubume”, romanzo pubblicato nel 1994 dallo scrittore Natsuhiko Kyōgoku.

È il primo volume della serie Hyakki Yakō e utilizza l’immaginario degli yōkai non soltanto come elemento soprannaturale, ma anche come strumento per interpretare fenomeni psicologici e sociali.

Il romanzo divenne un importante successo editoriale e generò adattamenti in altri media, contribuendo a riportare l’Ubume nell’immaginario popolare contemporaneo.

La creatura compare inoltre nel cinema horror, nei manga e in altre opere narrative giapponesi, spesso mantenendo la sua caratteristica fondamentale:

l’ambiguità tra vittima e presenza inquietante.

IL SIGNIFICATO PROFONDO DELL’UBUME

Tra gli spiriti del folklore giapponese, l’Ubume è forse uno dei più dolorosi proprio perché, nella sua forma più caratteristica, non chiede nulla per sé.

Non cerca vendetta come l’onryō.

Non desidera semplicemente una presenza umana.

Non torna per cacciare o uccidere.

Vuole che il bambino mangi.

Ed è proprio per questo che la leggenda del mizuame è così potente.

Una donna morta continua a uscire dalla propria tomba ogni notte. Entra in una bottega. Compra del cibo per il figlio. Paga con qualcosa che nel mondo dei vivi sembra denaro e che, una volta spezzato l’incantesimo, torna a essere ciò che realmente è: foglie secche.

Poi ritorna nella tomba e nutre il bambino.

Nella versione più commovente della storia, il racconto non termina con un esorcismo, una vendetta o la distruzione dello spirito.

Termina con un salvataggio.

Il bottegaio trova il neonato ancora vivo.

L’Ubume ha quindi compiuto esattamente ciò per cui era tornata.

Ha continuato a essere madre anche dopo la propria morte.

E finalmente può andarsene.

DOMANDE FREQUENTI SULL’UBUME
CHI È L’UBUME?

L’Ubume è lo spirito di una donna morta durante il parto, in gravidanza o poco dopo aver dato alla luce un bambino. Nelle leggende ritorna spesso nel mondo dei vivi perché non riesce ad abbandonare il figlio.

L’UBUME È UNO SPIRITO MALVAGIO?

Generalmente no. A differenza dell’onryō, l’Ubume non è principalmente guidata dal rancore, ma dall’attaccamento materno. Esistono tuttavia varianti della leggenda nelle quali l’incontro con lei può diventare pericoloso.

COS’È LA PROVA DEL BAMBINO?

In numerose storie l’Ubume chiede a un passante di tenere in braccio il proprio bambino. Il neonato diventa progressivamente sempre più pesante. In alcune varianti chi riesce a sostenerlo fino alla fine viene ricompensato con forza o prosperità.

PERCHÉ IL KIMONO DELL’UBUME È INSANGUINATO?

Il sangue dalla vita in giù richiama direttamente la morte durante il parto ed è uno degli elementi più riconoscibili dell’iconografia dell’Ubume, resa celebre anche dalla rappresentazione di Toriyama Sekien nel Gazu Hyakki Yagyō del 1776.

CHE RAPPORTO ESISTE TRA L’UBUME E IL MIZUKO KUYŌ?

Il mizuko kuyō è una pratica commemorativa dedicata ai bambini mai nati. Pur appartenendo a un contesto diverso dalle leggende dell’Ubume, condivide con esse temi come il lutto materno, la perdita del bambino e la necessità di attribuire alla morte una dimensione rituale.