Una videocassetta maledetta. Un telefono che squilla. Una figura dai lunghi capelli neri che emerge lentamente da un televisore.
Alla fine degli anni Novanta, il J-Horror cambiò il modo in cui il mondo guardava al cinema horror giapponese.
Film come Ring, Ju-On e Kairo conquistarono il pubblico internazionale con uno stile spesso molto diverso da quello dell’horror occidentale più commerciale.
Meno esplosioni improvvise. Meno mostri mostrati chiaramente. Più silenzio, attesa, inquietudine e presenze che sembravano impossibili da fermare.
Ma il J-Horror non nacque dal nulla.
Dietro quella nuova ondata si nasconde una tradizione di fantasmi, leggende e racconti inquietanti molto più antica.
L’HORROR GIAPPONESE ESISTEVA PRIMA DEL J-HORROR
La cultura giapponese possiede una lunga tradizione di storie soprannaturali.
I racconti di fantasmi, conosciuti come kaidan, hanno attraversato letteratura, teatro e tradizione orale.
Tra le figure più ricorrenti troviamo gli yūrei, spiritidei defunti che possono rimanere legati al mondo dei vivi.
Particolarmente importanti sono gli onryō, spiriti vendicativi mossi da rabbia o rancore.
L’immagine della donna fantasma con lunghi capelli neri e abiti chiari esiste quindi molto prima di Sadako.
Il cinema giapponese aveva già trasformato queste tradizioni in immagini potenti diversi decenni prima del boom degli anni Novanta.
DAI KAIDAN AL GRANDE SCHERMO
Tra i film più importanti della tradizione horror e soprannaturale giapponese troviamo opere molto diverse tra loro.
Ugetsu di Kenji Mizoguchi, uscito nel 1953, unisce dramma storico e soprannaturale.
Nel 1964 arrivò invece Onibaba di Kaneto Shindō, ambientato nel Giappone medievale e costruito attorno a violenza, desiderio e paura.
Nello stesso decennio, Kwaidan di Masaki Kobayashi portò sullo schermo diverse storie di fantasmi con una fotografia estremamente ricercata.
Questi film non appartengono al J-Horror moderno.
Dimostrano però che il rapporto tra cinema giapponese e soprannaturale era già profondissimo molto prima dell’arrivo di Ring.
NEGLI ANNI NOVANTA CAMBIA QUALCOSA
Negli anni Novanta una nuova generazione di registi iniziò a costruire un horror diverso.
Nel 1997, Kiyoshi Kurosawa realizzò Cure.
Il film segue un detective impegnato a indagare su una serie di omicidi misteriosi. Tuttavia, il vero elemento inquietante non è un mostro tradizionale.
È l’incertezza.
Il confine tra razionalità, manipolazione e perdita dell’identità diventa sempre più difficile da distinguere.
Poi, nel 1998, arrivò il film che avrebbe cambiato tutto.
RING PORTA IL J-HORROR NEL MONDO
Ring, diretto da Hideo Nakata, uscì in Giappone nel 1998.
Il film deriva dal romanzo omonimo di Kōji Suzuki, pubblicato nel 1991.
La storia ruota attorno a una videocassetta maledetta. Chi la guarda riceve una telefonata e viene condannato a morire sette giorni dopo.
La giornalista Reiko Asakawa inizia a investigare e scopre progressivamente l’origine della maledizione.
Al centro troviamo Sadako.
La sua figura unisce elementi moderni e antichi.
Da una parte troviamo la tradizione degli spiriti vendicativi giapponesi. Dall’altra compare un oggetto completamente contemporaneo per l’epoca: una videocassetta VHS.
Era proprio questo contrasto a rendere Ring così efficace.
Il soprannaturale non arrivava da un castello abbandonato.
Entrava direttamente nel televisore di casa.
QUANDO LA TECNOLOGIA DIVENTA INQUIETANTE
Uno degli elementi più interessanti del J-Horror è il rapporto con la tecnologia.
In Ring la maledizione si diffonde attraverso una videocassetta.
In Kairo, diretto da Kiyoshi Kurosawa e uscito nel 2001, è invece Internet a diventare il punto di contatto con qualcosa di terrificante.
Computer, schermi e connessioni smettono di rappresentare soltanto il progresso.
Diventano strumenti attraverso i quali qualcosa di sconosciuto può entrare nella vita quotidiana.
Questo tema funzionava particolarmente bene tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila.
Il Giappone era già fortemente associato alla tecnologia, mentre Internet stava entrando rapidamente nella vita di milioni di persone.
Il J-Horror trasformò quella modernità in una nuova fonte di paura.
JU-ON E UNA MALEDIZIONE SENZA VIA D’USCITA
Un altro nome fondamentale è Takashi Shimizu.
Alla fine degli anni Novanta iniziò a sviluppare il mondo di Ju-On, nato inizialmente attraverso produzioni video e successivamente arrivato al cinema.
Il principio alla base della storia è semplice e inquietante.
Una morte avvenuta in condizioni di forte rabbia può lasciare dietro di sé una maledizione capace di contaminare un luogo.
Chi entra in contatto con quella casa rischia di diventare parte dello stesso ciclo.
Qui troviamo un’altra caratteristica ricorrente del J-Horror.
Non sempre esiste una soluzione.
Il protagonista può capire cosa sta succedendo senza riuscire necessariamente a fermarlo.
PERCHÉ IL J-HORROR ERA COSÌ DIVERSO
Naturalmente non tutti i film giapponesi utilizzano lo stesso stile.
Tuttavia, molte opere associate al J-Horror condividono alcuni elementi.
La paura viene spesso costruita lentamente.
Una stanza vuota può diventare inquietante. Un rumore distante può risultare più efficace di una scena violenta. La presenza soprannaturale può apparire sullo sfondo senza che il film la sottolinei immediatamente.
Anche il silenzio assume grande importanza.
Invece di spiegare ogni cosa, molti film lasciano allo spettatore una sensazione di incertezza.
E soprattutto il male non deve necessariamente essere sconfitto.
La maledizione può continuare.
Questa mancanza di sicurezza contribuì a rendere il J-Horror così riconoscibile.
HOLLYWOOD SCOPRE L’HORROR GIAPPONESE
Il successo internazionale di Ring attirò rapidamente l’attenzione degli Stati Uniti.
Nel 2002 uscì The Ring, diretto da Gore Verbinski e interpretato da Naomi Watts.
Il film riprendeva la storia di Ring adattandola al pubblico americano.
Due anni dopo arrivò The Grudge, versione statunitense di Ju-On.
In questo caso la produzione aveva una particolarità importante: il regista era ancora Takashi Shimizu, autore dell’opera giapponese.
Il successo di questi film contribuì a creare nei primi anni Duemila una vera attenzione internazionale verso l’horror asiatico.
Per molti spettatori occidentali fu il primo contatto con un modo differente di raccontare la paura.
L’IMMAGINE DEL FANTASMA GIAPPONESE CONQUISTA IL MONDO
Il successo ebbe anche un effetto curioso.
La figura femminile con capelli lunghi e neri davanti al volto diventò quasi un simbolo universale dell’horror giapponese.
Sadako e Kayako vennero imitate, citate e parodiate in tutto il mondo.
Un’immagine proveniente da una tradizione molto più antica aveva acquisito una nuova vita attraverso cinema, televisione e cultura pop.
Il rischio, però, è quello di ridurre tutto il cinema horror giapponese a questo unico stereotipo.
Il J-Horror comprende infatti opere molto diverse.
Alcune parlano di tecnologia. Altre di isolamento, famiglia, memoria, identità o trasformazioni sociali.
Dietro il fantasma si nasconde spesso qualcosa di molto più profondo.
UN’EREDITÀ CHE CONTINUA
Il momento di massimo successo internazionale del J-Horror appartiene soprattutto alla fine degli anni Novanta e ai primi anni Duemila.
La sua influenza, però, non è scomparsa.
Registi di altri Paesi hanno continuato a utilizzare atmosfere, ritmi e idee che ricordano quella stagione del cinema giapponese.
Nel frattempo franchise come Ring e Ju-On hanno continuato a generare nuovi film e produzioni.
Più importante ancora, il J-Horror ha dimostrato che un film non ha bisogno di mostrare continuamente qualcosa di terrificante per creare paura.
A volte basta suggerire che qualcosa sia già nella stanza insieme allo spettatore.
IN CONCLUSIONE
Il J-Horror non ha inventato i fantasmi giapponesi.
Ha fatto qualcosa di diverso.
Ha preso elementi provenienti da secoli di folklore e racconti soprannaturali e li ha portati dentro il Giappone contemporaneo.
Televisori, videocassette, appartamenti e Internet sono diventati luoghi nei quali il soprannaturale poteva manifestarsi.
Con Ring, Ju-On, Cure e Kairo, il cinema horror giapponese trovò una nuova identità capace di attraversare i confini nazionali.
E quando Hollywood iniziò a rifare quei film, era ormai evidente che qualcosa era cambiato.
Il Giappone non stava più soltanto raccontando le proprie paure.
Le stava esportando nel resto del mondo.